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pubblicato il 08 Luglio 2009 su www.laculturadelcibo.it |
LA PIZZA CHE PARLA STRANIERO
di Alessia Zacchei
Dal pomodoro cinese alla farina canadese: ingredienti che arrivano da mezzo mondo per preparare uno dei simboli del Made in Italy. Ma le pizzerie non sentono la crisi
Cagliate provenienti dall’est Europa al posto della tradizionale mozzarella, pomodoro cinese invece di quello nostrano, olio di oliva tunisino e spagnolo o addirittura olio di semi al posto dell’extravergine italiano e farina canadese o ucraina che sostituisce quella ottenuta dal grano nazionale.
Nell’anno in cui la “pizza Margherita” spegne le sue 120 candeline (fu il pizzaiolo Raffaele Esposito a dedicare la ricetta “tricolore” con il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico alla Regina Margherita di Savoia, nel 1889) un’analisi di Coldiretti rivela che una pizza su due è preparata con ingredienti che vengono da Cina, America del Nord ed Europa ed è quindi ben lontana dall’essere espressione del vero Made in Italy (secondo la Società Dante Alighieri “pizza” è la parola italiana più conosciuta all’estero, seguita dal cappuccino, spaghetti ed espresso).
«In Italia, in un anno, sono stati importati 500 milioni di chili di extravergine, 86 milioni di chili di cagliate per mozzarelle, 130 milioni di chili di concentrato di pomodoro e 5 miliardi di chili di grano tenero» spiega la Coldiretti.
Ma nonostante non tiri una bella aria, il comparto dimostra comunque in buona salute, come risulta dai numeri nazionali: 25mila pizzerie, 120 mila posti di lavoro e un fatturato complessivo di 5 miliardi di euro, che, come conferma Coldiretti: «E’ in crescita nonostante la crisi».
Una crescita che è anche prova di affezione, dato che, secondo una recente ricerca Doxa, il 26 per cento degli italiani in pausa pranzo, dovendo scegliere qualcosa di gustoso, predilige la pizza, staccata di soli tre punti percentuali (29 per cento) dall’evergreen piatto di pasta.
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