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N. 01
11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 02 Luglio 2009 su www.laculturadelcibo.it

Mangio solo pesce sostenibile...
di Danilo Guerra

Guida al consumo di specie ittiche che rispettano la sostenibilità sociale e ambientale.


Tempo di vacanze e mare, giornate in riviera e pranzi a base di pesce… Ma siamo sicuri di consumare il pesce giusto? Sono ormai diversi anni che Greenpeace cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica per quanto riguarda un consumo ittico sostenibile, un consumo che non si ferma al lusso o al piacere personale ma guarda anche al mantenimento della biodiversità e alla salvaguardia di specie che rischiano l’estinzione. Ovvero tutte quelle specie con scarsa capacità di recupero, che prevedono metodi di pesca dannosi per i fondali o con rischi di catture accessorie e, naturalmente, che hanno forte impatto ambientale o sulle comunità locali private forzatamente del prodotto.
E’ proprio per questo che bisogna fare un po’ di chiarezza, sottolineando almeno la lista rossa per l’Italia, ovvero le specie che dovrebbero essere bandite dai mercati e dai consumi.

“E’ ovvio, ma conviene ricordarlo, che non si dovrebbero assolutamente
consumare prodotti come i datteri di mare (Lithophaga lithophaga) la cui vendita
in Italia è vietata. Non vale nemmeno la pena di inserire queste specie nella lista
rossa: se ve ne offrono o li trovate sul mercato, semplicemente chiamate le
Autorità (Guardia Costiera, ecc…).
Tra le specie in condizioni critiche ci sono senza dubbio i grandi predatori d’alto
mare: squali, tonni, pesce spada. Se i primi non sono oggetto specifico di
mercato nel nostro paese, il consumo di tonno in scatola, quasi tutto tonno
“pinna gialla”
(Thunnus albacares), è tra i maggiori al mondo mentre è in
aumento anche il consumo nazionale di tonno rosso (Thunnus thynnus) di solito
fresco, ma anche in conserva.
Il “pinna gialla” è così diffuso in Italia che il tonno rosso venduto fresco viene
spesso spacciato per pinna gialla (un nome noto ai consumatori…) a causa del
colore degli scudetti gialli sul peduncolo caudale: il pinna gialla fresco è raro in
Italia. La situazione peggiore è quella degli stock nell’Oceano Pacifico e Indiano.
Neanche lo stock dell’Atlantico è in buone condizioni, con un continuo declino
dalla metà degli anni '50 causato dal parallelo aumento dello sforzo di pesca.
Come detto, alcuni attrezzi da pesca, come quelli con canna e ami (pole and line)
hanno impatti minori di altri (circuizione o “tonnara volante”) ma lo stato degli
stock necessita comunque misure urgenti di tutela.
La situazione del “nostro” tonno, il tonno rosso del Mediterraneo, è ancora
peggiore. Lo stock è prossimo al collasso e la pesca è eccessiva, specie quella pirata.
Il pesce spada (Xiphias gladius) è uno dei prodotti “di lusso” più richiesti, e oltre
alla grave situazione dello stock, occorre ricordare che parte del pescato deriva
dalla pratica ancora diffusa delle reti derivanti d’altura, o spadare, vietate da
anni (dall’ONU e dall’Ue) perché poco selettive e catturano cetacei e tartarughe
marine: negli anni ’90, una flotta di oltre 600 spadare italiane uccideva circa
8.000 cetacei l’anno. Oggi, molte catture di pesce spada derivano dalle
cosiddette “reti derivanti costiere” con una maglia di 18 cm (le cosiddette
“ferrettare”) che dovrebbero essere lunghe solo 2,5 km (ne abbiamo trovate di
oltre 10 km), dovrebbero pescare entro 10 miglia di distanza dalla costa (le
abbiamo trovate oltre le 25 miglia) e… non dovrebbero pescare pesce spada, ma
solo alcune specie di tonnetti (alletterato, lanzardo…). Il pesce spada è pescato
anche col palamito derivante che spesso cattura pesci spada di piccole
dimensioni e tartarughe.
Un prodotto d’importazione molto diffuso in Italia è il merluzzo atlantico (Gadus
morhua), raramente venduto fresco ma frequente sul mercato come baccalà o
stoccafisso: nel primo caso il merluzzo è essiccato sotto sale, mentre per lo
stoccafisso, che può essere affumicato, il sale non è usato. Pescato nel Nord
Atlantico, lo stock è ovunque in pessime condizioni, tranne che in Islanda e nel
Mare di Barents (dove la gestione è migliore). Lo stock è comunque considerato
sovrasfruttato o a rischio di sovrasfruttamento e da anni gli scienziati chiedono
una forte riduzione e, in alcune aree, una chiusura della pesca. Inoltre, il
merluzzo si pesca con le reti a strascico, che causano notevoli danni al fondale e
spesso uccidono pesci e altri organismi di nessuna importanza commerciale
(catture accessorie). Lo strascico è uno dei modi con cui si pesca anche il
“merluzzo del Mediterraneo”, o nasello (Merluccius merluccius). Il nasello si
pesca anche fuori del Mediterraneo e in generale lo stock è in situazione critica: i
dati inaffidabili non consentono valutazioni efficaci per lo stock del Mediterraneo
che probabilmente non versa in buone condizioni.
Tra i prodotti di Acquacoltura, i peggiori sono certamente i “gamberoni tropicali”.
Il prodotto (varie specie del genere Penaeus) arriva al consumatore di solito
congelato, o decongelato, prevalentemente dai paesi intertropicali (come India,
Bangladesh, Indonesia, Ecuador, Honduras…) e a queste produzioni (a parte
pochi prodotti certificati) sono associati enormi danni ambientali e sociali. E’ bene chiarire che alcune specie di “gamberoni” (cosiddetto gambero rosso e gambero viola) sono pescati dalla pesca a strascico nel Mediterraneo e non sono prodotti di Acquacoltura. Come detto, la pesca a strascico è un metodo generalmente distruttivo, anche se non tutte le attività hanno impatti equivalenti e, nel Mediterraneo, la pesca di profondità ai gamberoni non è considerata tra le
più impattanti.”
(Greenpeace.it)

In tutto questo la scelta del consumatore influisce, e non poco, perché se da una parte c’è chi spinge il consumo di determinati prodotti e cerca di consolidare la sua posizione sul mercato, dall’altra c’è chi esprime la domanda e può influenzare quindi l’offerta. Bisogna inoltre ricordare che oltre alle specie descritte qui sopra ci sono anche alcune altre regole da seguire che prevedono, innanzitutto, il consiglio a non consumare e comprare esemplari sotto la taglia minima consentita, anche per le specie “sostenibili”, in secondo luogo di evitare i prodotti derivanti dalla pesca a strascico, ed infine di preferire la produzione nazionale a quella straniera, con standard ambientali non sempre ben definiti.

I consumi devono quindi orientarsi su acciughe, sardine e sgombri, con buona capacità di recupero e metodi di pesca sostenibili, oppure per quanto riguarda l’Acquacoltura, le cozze.

Alla fine di tutto questo una sola raccomandazione: informatevi e informiamoci sul pesce che vogliamo acquistare, cerchiamo di conoscere da dove viene e come è stato allevato o pescato… Non è sempre facile ottenere informazioni adeguate, ma può davvero aiutarci al consumo di prodotti “sostenibili” per diminuire il più possibile l’impatto della pesca sull’intero ecosistema marino, o se non altro può servire a fare un po’ di pressione su chi cerca di controllare il mercato.

P.S.: Di recente è stato proposta una maggior sensibilizzazione sull’argomento anche da parte della Federazione Italiana Cuochi… una pregevole iniziativa che deve però essere sentita e seguita da tutti, cuochi, ristoratori e naturalmente consumatori…

P.P.S.: Maggiori informazioni le potete trovare sul sito di Greenpeace, veri promotori di questa campagna…



di Danilo Guerra
danilo.guerra@laculturadelcibo.it
02 Luglio 2009

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