|
|
 |

|
|
 |
| Articolo
pubblicato il 26 Aprile 2009 su www.laculturadelcibo.it |
L'ANTICA EBBREZZA NELL'ARTE E NELLA STORIA: da Noè ai Baccanali di Rubens
di Alessia Zacchei
Vino a fiumi e pratiche sessuali collettive. D'altronde "Semel in anno licet insanire" già dicevano i Latini.
L’ebbrezza non è solo il tasso alcolico misurato dagli etilometri sulle strade, ma è anche, joie de vivre, voglia e impeto di (stra)fare, di uscire dagli schemi del quotidiano, un’onda anomala che affonda le mezze tinte in un oceano di colore.
In tempi di ubriachi al volante che vanno sacrosantamente puniti e messi al bando, e di attenzione spasmodica ai centimetri di girovita e del tasso glicemico e del colesterolo (anche qui, senza esagerazioni, tutto bene, per carità) la parola viene usata con molta parsimonia, soprattutto se collegata ai piaceri, sia solidi che liquidi, della tavola.
Nella storia, anzi, nella Storia con la esse maiuscola, l’”uscire da se stessi”, il primo degli effetti che l’ebbrezza porta con sé, era un gesto spesso rituale, un effetto ricercato e voluto, in circostanze, riti e celebrazioni più o meno codificate dal calendario.
Si parte da Noè, patriarca dell’Antico Testamento, indicato dal Libro come il primo coltivatore della vite e produttore del nettare d’uva (con il quale prese una tremenda sbornia che lo fece denudare e gli causò la derisione del figlio Canaan, poi maledetto per questo), per arrivare ai Komos greci (importati e copiati in Italia dagli Etruschi), legati a riti dionisiaci ma anche a banchetti (nuziali e non) e simposi i cui capisaldi erano il vino a fiumi e, quasi sempre, la completa liceità sessuale.
La sfrenatezza non era però considerata sempre un male, dato che, nei Simposi di Platone, lo sbronzo Alcibiade che irrompe nel serioso convegno nella casa di Agatone “porta freschezza e verità”.
Un concetto ripreso dai latini, con il celebre motto “In vino veritas”, che trova riscontro nella pratica romana di sorbire il temetum e il merum, vini puri usati per le libagioni rituali, in grado di provocare il furor, cioè la potenza guerriera e la follia, e, in sostanza, consentire all’uomo di dire ciò che, da sano, non direbbe mai. Peraltro nasce da qui l’etimologia della parola “astemio”, cioè senza temetum, che oggi indica tutti coloro che non bevono vino.
Sempre Roma fu teatro dei famosi “Baccanali”, i giorni di feste sfrenate dedicate al dio Bacco, i cui partecipanti (all’inizio erano solo donne) annegavano la mente conscia nelle bevande e nelle pratiche sessuali collettive, riprese, molti secoli più tardi, da pittori del calibro di Rubens.
Esplosioni di energia che i rigorosi latini vollero circoscrivere con il motto “Semel in anno licet insanire”, “una volta all’anno è lecito impazzire", anche se, sospettiamo, il tempo dedicato alle sfrenatezze fisiche e psichiche prodotte dal vino non si limitassero a sole 24 ore in 365 giorni.
A mò di autoassoluzione ex-post, un religioso non certo astemio si confezionò una facezia ad hoc: "Qui bene bibit bene dormit, qui bene dormit non peccat, qui non peccat vadit in caelum, ergo qui bene bibit vadit in caelum!": Chi beve bene dorme bene, chi dorme bene non pecca, chi non pecca va in cielo, quindi chi beve bene va in cielo!
 Rubens - Baccanale
|
 |
|



|