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pubblicato il 24 Aprile 2009 su www.laculturadelcibo.it |
CUCINA MOLECOLARE: senso e gusto comune
di Alessia Zacchei
Il confine tra buon senso e buon gusto. Ma è l'arte, bellezza. Cosa si paga in realtà?
Siamo in un’epoca di immagine. Dove tutto è design. O meglio, ogni cosa, ogni oggetto della nostra vita quotidiana può diventare, in pectore, un'opera d’arte da consegnare ai posteri. L’arte contemporanea in questo senso è uno specchio di tornasole molto preciso. Dalla “Merda d’artista” di Manzoni in su (o in giù), tutto, veramente tutto, può essere ricoperto di una patina di senso che esula dal suo utilizzo o dalla percezione quotidiana.
E’ successo, era normale, anche con la cucina.
La polemica nata attorno alla cucina molecolare ha un senso, ma per certi versi lascia il tempo che trova. A mio avviso un piatto (?) di “espuma de humo”, spuma di fumo, non va discusso in ambiti gastronomici, né portato sulle tavole. Ma va piuttosto battuto all’asta da Christie’s, lasciato alle elucubrazioni dei critici d’arte e buttato in pasto (tanto per rimanere in tema) ai “modaioli ricchi, gaudenti e annoiati”, come li ha definiti Luciano Bergesio in queste pagine. Va considerato al pari delle installazioni di Damien Hirsh, o Jeff Koons, i guru dell’arte contemporanea che fanno pagare le loro opere milioni di dollari.
Che cosa si paga in realtà?
Non il materiale, non la fattura (che non è la loro, ma quella di laboratori specializzati – è come il progettista di un automobile e il reparto che la produce), ma la firma, l’idea, la provocazione. Si può obiettare che sia folle e irragionevole pagare un cuore, il cuore rosso magenta appeso ad un filo d’oro, ”Hanging Love” di Koons, 23 milioni di dollari (18 milioni di euro), così come è assurdo cacciare 400 euro ad Adrià per piatti che poco hanno a che fare con gli alimenti in senso stretto.
Ma è l’arte, bellezza! L’importante è saperlo prima. E prendere tutte le informazioni possibili per decidere, in piena consapevolezza, se è meglio investire (per chi può) in una Madonna del Parmigianino piuttosto che nella mucca bucherellata a mò di Emmental di Stephen Dunn (intitolata, appunto, Cheezy), oppure in un piatto di ajo-ojo da Beppe e Maria (ma anche un brasato al barolo in un ristorante con poche stelle ma un onesto rapporto qualità prezzo) piuttosto che in un infuso di pigna verde a El Bulli.
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