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N. 01
11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 22 Aprile 2009 su www.laculturadelcibo.it

Il Ruchè: il vino più sexy che c'è!
di Alessia Zacchei

L'effetto del vino di Castagnole Monferrato sui cinque sensi e l'immaginazione che vola e va ...




Cos’è un vino, per chi non ha le competenze tecniche e degustative certificate da corsi e accademie, per chi non ci lavora tutti i giorni e dunque è completamente digiuno dei processi che portano l’uva a diventare un liquido rosso (o bianco) capace di smuovere sensi e sensazioni?

In mancanza di conoscenza tecnica, senza nessuna competenza appresa, a spiegare le sensazioni che un goccio di nettare d’uva ci lascia nel corpo e nella mente sono solo le capacità evocative delle parole, supportate e stimolate dai cinque sensi e dalla capacità immaginativa della mente.

Allora, che cosa può scaturire da un sorso di Ruchè, il vino simbolo di Castagnole Monferrato, in provincia di Asti, prodotto in poche bottiglie rispetto alle quantità ben più elevate (e dunque più presenti nel mercato italiano e mondiale) dei conterranei Barbera, Dolcetto e o dei toscani Chianti e Brunello?

Benché digiuni da competenze da sommelier, sappiamo che ogni cantina, ogni etichetta e ogni annata fanno storia a sé. Ma qui non vogliamo ricadere nelle categorie degustative classiche, e quindi rimaniamo nell’aurea incoscienza di chi si lascia trasportare da un profumo, un sapore, un colore.

E allora, non conta che a produrre la bottiglia sia Gatto, Ferraris, Crivelli o la Vigna del Parroco. Non importa se sia un 2007 o un 2005.

Conta che, sotto al tappo, e in quel cilindro di vetro, escono prati in fiore, cieli azzurri dopo la pioggia di primavera, primule nascoste sotto il fogliame umido della mattina. E il manto rosso della lingua diventa un tappeto di more, fragole e frutti di bosco.

E poi, un’esperienza stupefacente: è bellissimo respirare con un velo di Ruchè sul palato; sembra di partecipare allo sbocciare di gemme preziose. La temperatura corporea aumenta, sollecitata dall’ingresso delle particelle alcoliche e dalle immagini di pace e di benessere.

Se abbiamo il coraggio di lasciarci trasportare fino in fondo, le mani diventano come pane fresco, le braccia come rami di pesco a primavera e l’ambiente circostante più colorato e scintillante.

Il Ruchè: come tutti i vini di carattere, c’è chi lo ama e chi lo odia. Ma, alla fine, non è importante da che parte si stia. Fondamentale invece, almeno una volta nella vita, portarne un calice alle labbra e lasciarsi guidare dai sensi e dall’immaginazione.


di Alessia Zacchei
alessia.zacchei@laculturadelcibo.it
22 Aprile 2009

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