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11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 29 Marzo 2009 su www.laculturadelcibo.it

E SE FOSTE COSTRETTI AL “MONOGUSTO”?
di Adolescente 17enne

Inizio del terzo millennio. Modernità, avanguardia, tecnologia avanzata.


L’Occidente vive in una realtà sociale ricca e abituata all’abbondanza. Ma i soldi, le maggiori occasioni di ampliare le vie commerciali, la diffusione della globalizzazione non hanno permesso solamente di elevare il tenore di vita della popolazione, ma hanno anche profondamente modificato il rapporto con l’alimentazione. Una parte del pianeta, purtroppo molto piccola, ha avuto la fortuna di dimenticare il significato della parola “fame” e ha potuto sperimentare il piacere fine a se stesso dell’atto del mangiare, invece del semplice nutrirsi per sfamarsi e sopravvivere. Entrare in contatto con il cibo è diventato un gesto più raffinato, non solo un quotidiano bisogno fisiologico. Ma allora quanto il gusto contribuisce al raggiungimento di questo piacere?
Se una persona non avesse mai sperimentato la sensazione dell’assaporare, perché dalla nascita incapace di sentire i diversi gusti, probabilmente tenterebbe di immaginare e fantasticare su come ogni persona percepisca diversamente questo elemento (nient’altro che un’idea mentale soggettiva), ma non sentirebbe la mancanza di un qualcosa che per lei è inesistente.
Se, invece, un’altra persona avesse la normale capacità di sentire il gusto, ma fosse costretta a rinunciarvi per motivi di salute, quindi ingerire solo un alimento e abituarsi sempre e solo ad un unico sapore. Il “monogusto” trasformerebbe il mangiare in semplice bisogno di nutrirsi nuovamente?
Un’adolescente entra in contatto con una bambina di 10 anni che a causa di una malattia all’intestino può bere per due mesi solo un latte nutriente alla vaniglia, per evitare di dover fare una cura di cortisone con effetti collaterali anche gravi per l’organismo. Resisterà?
La monotonia è la sofferenza maggiore, da un punto di vista psicologico piuttosto che fisico. Fisiologicamente l’apparato digerente è soddisfatto poiché vi si apporta la quantità di cibo necessaria, ma la mente non si sente sazia. L’uomo, come animale, può nutrirsi anche con la quantità di cibo minima sufficiente per sopravvivere, ma, come essere pensante, ha richieste diverse. Sono la novità e la varietà a stimolare e accontentare la mente umana. E anche nell’alimentazione l’intelletto condiziona il comportamento. Anzi si potrebbe proprio dire che questa dieta particolare sia più impegnativa sotto il profilo psicologico piuttosto che fisiologico.
La bambina non è attratta dal cibo perché è affamata, ma perché il segnale del gusto che arriva al cervello non varia mai. Deve costringere la sua mente a trattenersi da ciò che proprio la sua stessa mente desidera più ardentemente: mangiare qualcosa di diverso, nuovo, consistente.
Se avrà la forza per resistere lo potrà decidere solo lei. Certamente l’aiuto di tutti coloro che la circondano potrà facilitarla nella sua decisione di persistere.
Coraggio bimba!



di Adolescente 17enne
17enne@laculturadelcibo.it
29 Marzo 2009

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