Fast Food Nation è il titolo del film documentario tratto dall’omonimo libro di Eric Schlosser: in questo film, a cui prendono parte star americane come Avril Lavigne e Bruce Willis, l’autore denuncia tutto il mondo nascosto che sta dietro al semplice panino da fast food. Come vengono allevati gli animali, come vengono macellati e come la loro carne viene lavorata per diventare il nostro amatissimo hamburger.
I punti che più colpiscono del libro/documentario e su cui vorrei attirare la vostra attenzione sono essenzialmente due:
1. Il protagonista è il responsabile marketing di una famosa catena di fast food e viene mandato a controllare la qualità del lavoro di allevamento e produzione dei prodotti che lui inventa e pubblicizza; nel libro (la scena è ovviamente più corta nel film), egli descrive in questi termini il reparto dell’IFF (International Flavors & Fragrances) di Dyton, che produce i gusti degli alimenti dei fast food e di tutta l’industria alimentare:
“Nei corridoi aleggiavano odori meravigliosi […] e sui tavoli e scaffali da laboratorio c’erano centinaia di flaconcini di vetro […] I lunghi nomi scritti sulle piccole etichette bianche mi erano incomprensibili, neanche fossero in latino medievale. Erano strani nomi di cose che sarebbero state mescolate, versate e trasformate in sostanze nuove, come pozioni magiche […] Il laboratorio Snack e prodotti da forno salati è responsabile del sapore di patatine, sfogliatine di mais, pane confezionato, crackers, cereali per la prima colazione e cibo per animali domestici. Il laboratorio dolciario crea il sapore di gelati, biscotti, caramelle, dentifrici, colluttori e antiacidi […] Oltre a essere l’azienda produttrice di aromi più grande al mondo, la IFF produce l’odore di quattro tra i profumi più venduti negli Stati Uniti […].
Cosa vuol dire tutto ciò? Una piccola, grande verità che sta dietro alla semplice dicitura “AROMI” che si trova ormai sulle etichette di tutti i prodotti che compriamo.
In poche parole, niente ha più il gusto originale, ma a tutti i prodotti vengono addizionate sostanze, gli aromi, che danno loro i sapori che ben conosciamo e che più ci piacciono. Quando almeno la dicitura è accompagnata dall’aggettivo “naturali”, si può stare un po’ più tranquilli, ma sempre più spesso essi sono artificiali.
In questo caso la legge prevede che si possa scrivere solo “aromi” sulle etichette.
Quindi: mangiare un cracker al sapore di pollo è per noi diventato una cosa tanto normale quanto mangiare un pollo vero.
Peccato che, nel primo caso, apprezziamo la bravura di un chimico che ha inventato il “sapore di pollo”, mentre nel secondo - se ci va bene - apprezziamo il sapore di pollo che Madre Natura ha dato ad un animale.
2. Il secondo punto interessante da osservare è il seguente: il film denuncia un inconveniente abbastanza ripugnante che capita durante la macellazione delle carni e che porta ad una conseguenza altrettanto disgustosa: gli hamburger di manzo dei fast food americani (solo quelli americani?) sono spesso contaminati da coliforme fecale (= feci), perché quando vengono estratte le interiora degli animali, la velocità della catena delle macchine porta spesso gli operatori a tagli sbagliati e alla contaminazione della carne con il contenuto delle budella.
Qual è quindi il morale della favola, anzi, del film? Di morali ce ne sono essenzialmente due:
1. Se in laboratorio si ricostruisce già la consistenza, l’aspetto e il gusto degli alimenti, probabilmente il passaggio dall’alimentazione attuale a quella attraverso pastiglie e integratori non è lontano.
Inoltre la lettura e la capacità di interpretazione delle etichette, scritte sempre più piccole, storte e con un linguaggio incomprensibile, diventa un’ancora di salvezza per il consumatore attento, in quanto lo può portare a scegliere in modo consapevole.
Il problema sta però nel fatto che la legislazione italiana non tutela ancora a dovere il consumatore e le etichette possono spesso essere incomplete o ingannatrici. Per esempio: sulle etichette dell’olio si trova spesso il luogo in cui esso è imbottigliato, ma non è sempre scritta la provenienza delle olive da cui esso è tratto.
2. Morale conclusiva: ad un esame più attento, il cibo regalatoci a buon mercato dall’industria alimentare e, in questo caso dai fast food, si dimostra un falso affare.