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11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 16 Marzo 2009 su www.laculturadelcibo.it

La Mucca è… Savia!
di Tanya Gervasi

Troppo a lungo mi sono posta delle domande sul perché della nostra “crisi alimentare”. Troppe sono le bugie raccontateci dalle grandi aziende riguardo la scarsità del cibo. È giunta l’ora di farvi una propria idea, e soprattutto di avere delle risposte a quelle domande quasi sempre deviate. Lo storico Piero Bevilacqua con il suo libro La mucca è savia: ragioni storiche della crisi alimentare europea (Donzelli, 2002), ha voluto ripercorrere le “tappe” dell’agricoltura fino ai giorni nostri.


Ho iniziato a leggere il libro per il mio corso di Storia dell’Agricoltura, ma a breve ne sono rimasta affascinata.

Man mano che leggevo, la mia mente ha iniziato a riflettere su tematiche che prima ignoravo totalmente.

I problemi odierni sono frutto di una lunghissima evoluzione. O meglio, era evoluzione fino a 100 anni fa; ora la scienza si è fermata in un punto di stallo portandoci alla “crisi”.

Paradossalmente, l’agricoltura fa parte del sistema più inquinante al mondo.

Prima di arrivare ai concimi chimici, diserbanti, pesticidi ecc. i contadini erano sempre riusciti a trovare un modo per migliorare naturalmente le condizioni della terra, e sono sempre riusciti ad incrementare la resa usando tecniche sostenibili. I concimi erano prevalentemente composti di deiezioni umane e letame animale, mischiati poi con fieno e scarti di cibo. Incredibilmente anche le città, per un certo periodo, fecero la loro parte nella “produzione” di concimi. Quando il concime non fu necessario, nel Medioevo venne adoperato il riposo (maggese) della terra affinché questa recuperasse la propria fertilità.

Quando la scienza ha scoperto gli elementi di cui necessitano le piante per la crescita, quali l’azoto, il potassio e il fosforo, si è visto diminuire il ciclo lavorativo della natura sostituito dal dominio su di essa da parte dell’uomo.

Spiega Bevilacqua che l’agricoltura “è stata ridotta a un ramo subalterno dell’industria chimica, un’attività che ha rapporti di dominio totale sulla natura e una capacità quasi di cancellazione di ogni manifestazione autonoma della vita biologica. L’intera pratica agricola è mossa da fertilizzanti di sintesi, erbicidi, diserbanti, pesticidi, funghicidi, ormoni, conservanti, anticrittogamici ecc.

Tonnellate di sostanze chimiche e di veri e propri veleni sono riversati annualmente su piante e terreni (...) Ma è la condizione degli animali il cuore della questione. Le stalle e i pollai industriali non costituiscono più dei luoghi di allevamento: sono, di fatto, degli ospedali zootecnici per la produzione di latte e carne su larga scala.

Gli animali non sono infatti allevati: più precisamente essi vengono intensivamente ingrassati in una condizione di patologia permanentemente controllata. Ormoni, vitamine, auxinici, appetizzanti, antibiotici, coloranti, antiparassitari, disinfettanti, conservanti, urea, chemioterapici sono gli ingredienti chimici quotidiani di questa industria ospedaliera della carne”(p.XIII).

Il caso della mucca pazza è uno dei prodotti finali dell’industrializzazione, un segnale d’allarme che qualcosa è andato storto. Gli animali hanno perso la capacità di vivere autonomamente, perché il veterinario e la medicina hanno voluto sostituirsi alla natura. Alla televisione si sente solo parlare di questi casi come qualcosa di “normale”, ma non viene mai citato il fatto che esso è il risultato di una sperimentazione continua su quale fosse il modo più produttivo di sfruttare queste bestie, o la terra e in generale la natura.

Forse sarebbe il caso che la scienza ammettesse l’errore. Occorre dare “un nuovo indirizzo alla ricerca”, l’agricoltura biologica non è un ritorno al passato, né una nostalgia dell’“agricoltura della nonna”. Piuttosto, una frontiera innovativa che mette la scienza al servizio della natura e non viceversa.

È giunto il momento che riconosciamo alla terra ciò che ci è stato dato.

Questo libro è frutto di un’intensa ricerca. È  scritto in modo da poter essere letto da tutti, senza il bisogno di essere degli esperti nel campo alimentare. Lo consiglio a chi ha fame di sapere, e vorrebbe saziare la propria curiosità… almeno in parte.

 



di Tanya Gervasi
tanya.gervasi@laculturadelcibo.it
16 Marzo 2009

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