
In ambito enologico sta diventando sempre più attuale, sia per i consumatori che per i produttori, la ricerca di nuovi prodotti dalle caratteristiche originali.
La ricerca della “novità” da parte dei consumatori più curiosi, che non si accontentano del solito vino anonimo e senza personalità, ha spinto molti produttori a ricorrere a vitigni di importazione, provenienti da altre zone. Questo ha indotto la diffusione di varietà alloctone, in alcuni casi ottenendo ottimi risultati anche lontano dalla zona di origine della varietà stessa, come nel caso del Merlot in Veneto e del Pinot nell’Oltrepò pavese.
Una seconda via, che negli ultimi anni fortunatamente è sempre più praticata, è quella che tende a riscoprire i vitigni autoctoni della zona dove si opera portando alla “rinascita” di varietà che hanno rischiato l’estinzione: il Ruchè nel Monferrato, l’Avanà in Val di Susa, Cococciola e Pecorino in Abruzzo, il Barbarossa in Romagna, la Nascetta nelle Langhe e l’Ortrugo nel Piacentino, solo per citarne alcuni. Il recupero di queste cultivar diventa ancora più interessante rispetto all’impianto di varietà alloctone perché permette di associare i vini ottenuti con il territorio di origine e la sua storia.

Un’ultima strada, molto più complessa in realtà, è il ricorso a vitigni ottenuti da incroci artificiali. Anche in questo caso esistono numerosi esempi di cultivar, che malgrado siano state ottenute da incroci artificiali, ormai sono quasi considerabili come vitigni autoctoni: è il caso del Müller Thurgau (incrocio tra Riesling e Madleine) in Germania e Trentino, l’Ervi (Barbera e Croatina) in provincia di Piacenza, il Gamaret (Gamay e Reichensteier) in Svizzera e i numerosi “incroci Manzoni” in Veneto.
In Piemonte la varietà da incrocio artificiale più famosa e interessante è sicuramente l’Albarossa.
Ottenuta dal celebre ricercatore Giovanni Dalmasso nel 1938, secondo gli appunti e gli scritti da lui tramandati doveva trattarsi di un incrocio tra Barbera e Nebbiolo: è probabile che volesse unire il re e la regina dei vitigni piemontesi e ottenere una varietà con i pregi di entrambi.
In realtà, da indagini sul DNA effettuate qualche anno fa, è emerso che il vero “padre” dell’Albarossa non è il celebre e nobile Nebbiolo, ma il meno conosciuto Chatus (detto anche Nebbiolo di Dronero). Evidentemente tra re e regina si era messo lo stalliere!
Non si sa se il Dalmasso si sia semplicemente sbagliato o se abbia volutamente spacciato la sua “creatura” come figlio del Nebbiolo; l’unica cosa che si riscontra è che l’Albarossa è un’ottima cultivar che dà grandi risultati sia in vigneto che in cantina.
Spendo ancora due righe sul suo “padre biologico”: lo Chatus.
E’ una varietà autoctona alpina, diffusa in particolare nel Saluzzese, Pinerolese e in Savoia. In Francia, dopo un periodo di abbandono, attualmente è in fase di riscoperta e si sta diffondendo nella zona dell’Ardèche.
Spesso viene vinificato in uvaggio con altre varietà, a cui conferisce corpo e struttura.
L’Albarossa, malgrado sia stata ottenuta alla fine degli anni ’30 è stata riscoperta solo negli anni ’70 a cura del professor Italo Eynard, allievo e “successore”, del Dalmasso riordinando la ricca collezione di ibridi ottenuti dal suo ex insegnante.
In seguito questa varietà è stata oggetto per molti anni di studi e ricerche, dimostrandosi una cultivar molto interessante sia sotto l’aspetto viticolo che enologico.
Si presenta come un vitigno mediamente vigoroso, con produzione abbondante e costante, si adatta bene alle posizioni più soleggiate e a suoli calcarei; inoltre è piuttosto resistente alle avversità climatiche, infatti l’uva può essere vendemmiata anche tardivamente.
Dopo un lungo periodo di sperimentazioni, nel 2001 l’Albarossa è stata iscritta tra i vitigni idonei alla coltivazione nelle province di Asti, Alessandria e Cuneo; suscitando l’interesse di molti produttori, tra cui anche nomi molto famosi come Chiarlo e Antinori che ne hanno impiantato alcuni ettari rispettivamente a Montaldo Scarampi e Calliano: due località del Monferrato tra le più vocate per la viticoltura.

Purtroppo questa straordinaria varietà non ha trovato sempre una strada in discesa; la creazione di una denominazione di origine a base di uve Albarossa ha incontrato forti resistenze da parte di molti produttori dell’Albese poiché il suo nome può facilmente evocare la città di Alba e dare una connotazione geografica errata (malgrado questo vitigno stia suscitando interesse anche da parte di produttori langaroli).
Attualmente, le uve Albarossa rientrano in due denominazioni di origine: “Piemonte Albarossa” e, insieme ad altre uve, la denominazione “Monferrato rosso”.
Alla degustazione si presenta di colore rosso rubino molto intenso, a causa dell’eccezionale abbondanza in antociani; al naso rivela profumi fruttati che ricordano la ciliegia e speziati con note di tabacco.
In bocca si presenta caldo per il suo alto contenuto in alcol e glicerina, ed è molto corposo; nello stesso tempo però la sua buona dotazione acida lo rende equilibrato e non eccessivamente “impegnativo”.
Gli abbinamenti gastronomici che si adattano a questo vino sono con gli arrosti e i bolliti di carne.
Ora che le maggiori difficoltà burocratiche e produttive per valorizzare l’Albarossa sono state risolte, resta per i produttori che hanno scelto di vinificare questa uva eccezionale uno sforzo non da poco: quello di far conoscere e apprezzare ai consumatori questo vino, che sicuramente merita un assaggio!
Bibliografia:
• Autori vari 2006 “Vitigni del Piemonte”, Regione Piemonte
• Autori vari 2007 “Il vino Monferrato” Regione Piemonte
• Autori vari 2006 “Giovanni Dalmasso un seminatore lungimirante” Fondazione Giovanni Dalmasso
• www.chiarlando .it