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pubblicato il 24 Luglio 2010 su www.laculturadelcibo.it |
Un banchetto eretico
di Stella Isoppo
Cena a casa di Levi del Veronese
I dipinti con soggetto sacro sono spesso stati oggetto di censura da parte dell’Inquisizione. Questo è il caso della Cena a casa di Levi (1573, olio su tela, 533x1280 cm, Galleria dell’Accademia, Venezia). Questa tela fu dipinta dal Veronese, pseudonimo di Paolo Caliari (1528, Verona-1588, Venezia), per il convento veneziano di San Zanipolo (Giovanni e Paolo, in dialetto). La Cena ha luogo in un porticato rinascimentale, che si apre lasciando intravvedere una città dai monumenti classicheggianti. I personaggi seduti al tavolo, così come quelli che si muovono sulla scena, sono vestiti come i nobili veneti contemporanei di Veronese. Quindi il tema sacro è solo un mezzo per rappresentare uno spaccato di vita mondana, cosa per altro già fatto da il Veronese nelle sue Nozze di Cana, conservata al Louvre. L’Inquisizione mise sotto processo il pittore, chiedendogli come mai avesse inserito in una scena sacra: buffoni, nani, mendicanti, soldati di guardia ubriachi, addirittura si vede un cane in primo piano. Una scena blasfema per i giudici. Il pittore si difese dicendo che spesso in un’opera i personaggi non sono inseriti per motivi ideologici, quanto per riempire spazi vuoti. Una giustificazione che dà un'immagine dell’artista ingenuo, forse un po’ matto. In realtà questa confessione fu elaborata proprio per sfuggire a pene severe. Così Veronese fu costretto a cambiare titolo all’opera che divenne “Cena a casa di Levi” facendo cosi riferimento al banchetto dato in onore di Gesù da un nobile esattore delle imposte, la scena diventava così meno sacra e i personaggi di Veronese sembravano meno blasfemi. Inoltre al pittore fu imposto di togliere la scena di un servo, posto sulle gradinate, che perdeva sangue dal naso, personaggio considerato troppo volgare. Una pena lieve, quindi, che ci permette di poter ammirare un capolavoro del maestro che primo fra tutti introdusse una rivoluzione nell’uso del colore. Secondo Veronese, difatti, bianco e nero non erano colori. Quindi per dar luce ad un dipinto bisogna far un uso sapiente dei veri colori, non usare il bianco come facevano i suoi contemporanei. Questo era possibile affiancando colori detti complementari, ovvero che uniti insieme danno il bianco quindi danno un effetto di luce (es. rosso e verde), visto che la luce ci appare bianca. Sempre per la sua teoria, le ombre del Veronese non saranno mai nere (visto che non è un colore) ma deriveranno dall’unione del colore dell’oggetto e della superficie sul quale proietta la sua ombra. Teorie queste che saranno poi alla base della nascita del movimento Impressionista.
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