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pubblicato il 27 Marzo 2010 su www.laculturadelcibo.it |
La mela di Magritte
di Stella Isoppo
Il figlio dell'uomo (1964) di René Magritte
La mela è spesso un soggetto nella pittura di René Magritte (1898, Lessines- 1967, Bruxelles, Belgio). Magritte è un vero e proprio antipittore, non tanto perché lui era il primo a dire che non amava dipingere ma soprattutto perché usava i suoi quadri per sconvolgere i nostri sensi e non lusingarli. All’epoca del maestro belga sembrava che ormai l’immagine non avesse più niente da dire: esisteva la fotografia e la pittura era usata per esprimere sentimenti interiori. Quindi si pensava di capire tutto solo guardandolo. Invece Magritte dimostra come il senso della vista sia solo un muto recettore di immagini, che in realtà saranno sempre misteriose alla nostra mente. Difatti, sul senso della vista tutto il nostro sapere non ha potere, le cose che cadono sotto il nostro sguardo non hanno un legame logico o un ruolo, siamo noi che vogliamo darglielo per non sentirci spaesati. Così classifichiamo come strana l’immagine di una mela al posto della testa nell’opera “Fils de l’homme” (116x 89 cm, olio su tela, 1964, collezione privata), ritratto di un uomo con bombetta in piedi di fronte al mare. Scardina tutti i nostri preconcetti, però chi dice che sia irreale? La vista non dice ciò che è vero o meno, l’immagine è silenziosa. Così in un’epoca nella quale le figure sembravano aver saturato il senso della vista e non dare più sorprese, Magritte ci dimostra come in quello che vediamo ci possono essere più interpretazioni e soprattutto sia una fonte di mistero. Così un oggetto qualsiasi come una mela può diventare un volto, solo noi con il linguaggio gli assegniamo un ruolo di frutto e basta, ma si potrebbe ricollocare in un altro ruolo ai nostri occhi. Magritte quindi gioca a spaesarci, mettendo in contrasto mente e occhio. L’occhio vede ciò che la mente pensa irreale. Così non sappiamo ciò che è sogno e ciò che è realtà.
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