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11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 23 Marzo 2010 su www.laculturadelcibo.it

Piemonte & Vino: riflessioni tra professionisti sul futuro dell'enologia di qualità.
di Massimo Prandi

Uno scambio di idee e visioni tra un affermato vitivinicoltore del Roero ed un giovane imprenditore agricolo e redattore enogastronomico.


Nell'attività di redattore enogastronomico, come gli affezionati lettori ben mi riconoscono, sono solito trattare gli argomenti con rigore scientifico, facendo riferimento sempre a dati ed evidenze documentabili, derivanti da fonti e studi puntuali. E' una mia scelta di stile, infatti, lasciare poco spazio alle opinioni personali, alle esperienze del singolo individuo... ma in alcuni casi è doverosa un’eccezione, per condividere con Voi, alcune riflessioni, alcuni ragionamenti emersi incontrando un famoso ed affermato imprenditore vitivinicolo del Roero, Giovanni Negro.
Già dal 1670 la famiglia Negro coltiva vigneti sulle colline del Roero e lavora per valorizzare questo splendido angolo di Piemonte, dedicando i suoi vini ai prestigiosi vitigni autoctoni: Favorita e Arneis tra i bianchi, ed i rossi Nebbiolo, Barbera, Bonarda, Dolcetto e Brachetto.
Un’azienda cresciuta giorno dopo giorno, grazie all’esperienza acquisita e trasmessa di generazione in generazione. Oggi può contare su quasi 60 ettari di vigneti, distribuiti tra la storica Cascina Perdaudin in Monteu Roero, la cascina San Vittore in Canale e Basarin in Neive.



Sono numerosi ed importanti i premi che hanno riconosciuto la personalità e la qualità eccelsa che Giovanni Negro ha saputo valorizzare nei propri vini, con passione e dedizione.
Un incontro divenuto immediatamente l’occasione per uno scambio di opinioni sul futuro del settore vitivinicolo del Piemonte, ricco sì di tante cantine riconosciute in tutto il mondo per la qualità dei vini, ma anche di realtà più piccole, meno reattive e competitive di fronte alla globalizzazione ed alla crisi dei consumi.

Signor Negro, come è nata la sua passione per il vino e quale è stato il suo impegno nell’azienda di famiglia? Lei è da tempo impegnato in vari campi per valorizzare e rendere più ospitale il suo territorio, il Roero ed il cuneese in particolare: come ha trovato il tempo e l’energia per seguire la sua azienda e portare avanti l’impegno nel sociale ?

Sono nato nel 1949 e sempre vissuto a Monteu Roero, con mia moglie Maria Elisa ed i miei quattro figli. La mia vita è stata caratterizzata da due elementi per me imprescindibili: la famiglia ed il lavoro. Sono cresciuto, infatti, fin dalla mia fanciullezza tra scuola, vigneti e cantina, ricevendo da mio padre la responsabilità di condurre l’azienda vitivinicola di frazione Sant’Anna, che era già del nonno, e che ora gestisco insieme ai miei figli. Dalla mia amata terra e dall’umiltà e dalla fatica del lavoro contadino dei nostri “vecchi” ho imparato la dedizione ai propri impegni, la sincerità e l’onestà nell’agire, la prontezza ad aiutare il prossimo, il sentirsi in dovere di fare qualcosa di buono per gli altri, anche se non esplicitamente richiesto.



L’impegno nel sociale è, così, maturato in me come un’esigenza. Ho ricoperto per vent’anni consecutivi la carica di Sindaco di Monteu Roero, poi ho avuto l’opportunità di svolgere un importante servizio come Consigliere ed Assessore provinciale ai lavori pubblici della Granda.
Una “voglia di fare” che non si esaurisce in politica e che si manifesta in altre opere concrete: la presidenza della Casa di riposo “Serena” di Monteu Roero, del Consorzio strade intepoderali e dell’Associazione Premio Giornalistico del Roero, ne sono altre testimonianze evidenti.
Ora mi preparo ad un nuovo servizio, candidandomi al Consiglio regionale del Piemonte in appoggio a Mercedes Bresso.

Il settore vitivinicolo della nostra provincia e del Piemonte in genere, ha risentito negli ultimi mesi dell'effetto della crisi economica, che ha portato una riduzione dei consumi dei beni alimentari edonistici, quali il vino, nonché della sempre più forte concorrenza delle produzioni straniere, che acquisiscono costantemente maggiori quote di mercato in Italia. La mia esperienza da imprenditore agricolo nel comparto cerealicolo e di consulente nel settore enologico ed alimentare, mi portano ad affermare convintamente che per difendere le piccole e medie cantine sia indispensabile puntare alla formazione degli imprenditori agricoli, affinché si realizzi una gestione più razionale delle imprese (la riduzione dei costi di produzione è la prima forma di utile). Condivide queste mie opinioni?

Innanzi tutto, visti i livelli qualitativi raggiunti, io credo molto nelle potenzialità del nostro territorio. Sono consapevole che serva della formazione, ma direi che bisogna partire dalla base. Le scuole enologiche in genere andrebbero supportate per creare enotecnici ed enologi che veramente
conoscano la realtà del vino. A tal proposito sarebbe utile creare delle borse di studio, dei master in realtà viticole ed enologiche in tutto il mondo. Ritengo che una grande pecca ad oggi rimanga ancora la scarsa conoscenza delle lingue straniere, in particolare l'inglese. I piccoli imprenditori si trovano a dover assolvere ad una miriade di ruoli spesso con risultati solo sufficienti.


Un altro elemento su cui a mio avviso si giocherà il futuro dell’agroalimentare piemontese è la cultura legata agli alimenti. Il “Made in Italy” è un concetto non più sufficiente, bisogna arrivare ad affermare il “Made in Piedmont”.
Per questo, ritengo fondamentale avviare efficaci strategie di marketing collettivo all'estero, allo scopo di aumentare le esportazioni, valorizzare la qualità, la tipicità, il territorio e la cultura dei nostri prodotti. In funzione della sue esperienza di imprenditore vitivinicolo, quali indica come priorità per il prossimo futuro?





E' proprio su questo tema che i Consorzi di tutela devono supportare la filiera nella promozione e nel marketing.
Attenzione alla promozione va fatta per il territorio, le sue denominazioni, spiegando la nostra storia, la differenza dei terroir e non promuovendo solo le aziende che aderiscono a quel particolare evento. Dobbiamo creare cultura dei nostri grandi vini nel mondo, in modo che i giornalisti ne scrivano.
Personalmente sono anche presidente di un premio giornalistico, il quale aggiudica importanti riconoscenze a chi descrive il nostro territorio. Una cosa utile, ultimamente un po’ in declino, è richiamare la clientela privata nelle nostre cantine. Si devono presentare libri, convegni, concerti, ma anche semplici feste di cascina. Tutto ciò incentiverebbe la vendita in cantina, molto usuale in USA, Svizzera e Germania.
Per aumentare le esportazioni all'estero è necessario che le aziende agiscano unitamente, presentando dei progetti di grande portata per le varie denominazioni tutelate. La nuova OCM vino metterà sempre più fondi a disposizione a tal proposito: questa è un'opportunità che non va sprecata!





di Massimo Prandi
massimo.prandi@laculturadelcibo.it
23 Marzo 2010

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