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pubblicato il 18 Marzo 2010 su www.laculturadelcibo.it |
Giovanni Dalmasso, una vita per la viticoltura
di Matteo Marchisio
Una figura unica in campo viticolo, un ricercatore instancabile dall'insaziabile curiosità, definito da alcuni colleghi "enciclopedia della viticoltura mondiale".
Ancora oggi, sopra l'entrata dell'Aula magna della Scuola Enologica di Alba, si può leggere la scritta: "Aula magna Giovanni Dalmasso, ex-allievo". Con questa dedica, l'Enologica ha voluto ricordare uno dei suoi allievi più meritevoli e che ha segnato un'impronta indelebile nella viticoltura italiana e mondiale.
Giovanni Dalmasso nasce a Castagnole Lanze (At) il 10 luglio 1886; tuttavia egli cresce a Govone (CN), paese del Roero dove la famiglia si trasferisce alcuni anni dopo. Nella famiglia Dalmasso la cultura è molto importante: il padre è avvocato e lo zio un importante latinista. Sicuramente queste due dotte figure hanno contribuito molto alla formazione del giovane Giovanni; infatti egli mantenne sempre una grande passione per la storia e le opere in latino. Nel 1899 si iscrive alla Scuola Enologica di Alba dove ha come insegnanti dei veri luminari dell'epoca come Livio Sostegni e Oreste Prandi per chimica ed enologia, Raffaello Sernagiotto per la viticoltura e Teodoro Ferraris per le scienze naturali. Il 15 giugno 1904 partecipa allo "sciopero per il titolo": in cui tutti i ragazzi delle quattro scuole enologiche italiane (Alba, Conegliano, Avellino e Catania) in contemporanea si astennero dalle lezioni per protestare contro la decisione del Ministero dell'Agricoltura di eliminare il titolo di "enologo". Desta ancora oggi stupore come, con gli scarsi mezzi di allora, gli studenti di quattro scuole così distanti geograficamente tra loro siano riuscite a organizzare uno sciopero perfettamente in contemporanea.
Dopo il diploma, conseguito nel 1905, si iscrive alla facoltà di agraria di Milano dove si laurea nel 1909 con una tesi sull'economia agraria dell'Astigiano. Appena terminati gli studi viene assunto come assistente nel laboratorio di Entomologia agraria, sempre a Milano. Oltre all'attività di ricerca si dedica ancora allo studio, iscrivendosi alla facoltà di Scienze naturali di Pavia, e al giornalismo iniziando a scrivere articoli inerenti l'economia agraria su una testata di Torino. Nel 1911, dopo aver conseguito la seconda Laurea, gli viene assegnata la Cattedra di Viticoltura ed Enologia alla Scuola enologica di Conegliano Veneto, città che gli resterà nel cuore per tutta la vita. Con lo scoppio della Grande Guerra è costretto a interrompere l'attività di insegnante perché arruolato nei servizi logistici; inoltre nel 1917 le truppe austro-ungariche occupano Conegliano e la Scuola enologica viene chiusa temporaneamente.
Finita la guerra ritorna ad insegnare all'Enologica e ne diventa Direttore; inoltre si dedica anche ad altre attività; collabora come docente con l'Università di Milano e nel 1923 fonda la Stazione sperimentale per la viticoltura, dove inizia una intensissima attività di ricerca con la collaborazione di Giuseppe Dell'Olio e Italo Cosmo. Queste ricerche riguardano principalmente il miglioramento genetico della vite e l'eliminazione delle caratteristiche agronomiche negative di alcuni vitigni, inoltre effettua ricerche sugli Ibridi Produttori Diretti, incroci tra varietà di viti europee e americane resistenti al terribile insetto della fillossera. In seguito, dopo essere diventato direttore della Stazione, ne amplia la struttura con la creazione di diversi vigneti sperimentali in tutto il Veneto. In quel periodo viene incaricato di effettuare un sopralluogo in Libia, allora colonia italiana, per valutarne le potenzialità viticole.
Nel 1927 si sposa con Teresita Burgo, da cui avrà due figlie: Franca e Liana. Nel corso degli anni '30 la principale attività di ricerca di Dalmasso è volta all'ottenimento di nuovi vitigni effettuando l'ibridazione tra le migliori varietà di uva sia italiane che estere; inizialmente questi progetti erano svolti in collaborazione con il famoso professor Luigi Manzoni ("inventore" degli incroci denominati con il suo nome, oggi ampiamente coltivati nel Veneto) ma in seguito ognuno dei due grandi scienziati seguì un percorso a parte. Dalmasso si dedica nei primi tempi alle uve da tavola, comparto in cui tradizionalmente le nuove varietà sono viste di buon occhio. Incrociando varietà come il Moscato d'Amburgo e il Bicane ottiene numerosi vitigni nuovi a cui in seguito vennero dati i nomi delle donne della sua famiglia (la madre, la moglie, le figlie e la nipote).
Alcuni anni dopo decise di cimentarsi anche nel più difficile campo degli incroci di uva da vino: ibridando Chatus e Barbera ottiene i vitigni Albarossa, Nebbiera e Cornarea per quanto riguarda i principali vitigni a bacca rossa; ibridando il Riesling italico con il Furmint (pregiato vitigno ungherese utilizzato per la produzione del Tokaj) ottiene il vitigno a bacca bianca Bussanello. Tutti questi incroci, di cui sono stati citati solo i più interessati, sono oggi in fase di riscoperta, in particolare l'Albarossa presenta caratteristiche pregevoli e se ne ottiene un ottimo vino, anche se non ancora valorizzato a sufficienza.
Oltre all'attività di ricerca, l'instancabile Dalmasso è anche giornalista e scrittore; nel 1937, con Arturo Marescalchi, scrive “Storia della vite e del vino in Italia”, una delle più grandi opere di interesse viticolo mai stampate nel nostro paese. Nel 1939, anno chiave della sua carriera, lascia la direzione della Stazione sperimentale e diventa professore ordinario di Viticoltura presso la neonata Facoltà di Agraria di Torino, incarico che mantenne fino al 1956, ormai prossimo al pensionamento. Tornato nel natio Piemonte, Dalmasso aumentò ulteriormente la sua attività creando due aziende viticole sperimentali sulla collina di Superga e a Chieri dove impiantò le varietà più interessanti da lui ottenute. E' un periodo ricchissimo di incarichi per quello che è ormai diventato un luminare della viticoltura: viene convocato nella stesura delle enciclopedie UTET e Treccani per gli argomenti viticoli, nel 1947 viene nominato delegato italiano dell'OIV (Office International de la Vigne et du Vin), l'associazione intergovernativa che regola a livello internazionale le statistiche e le norme di produzione dei vini, e nel 1949 è tra i fondatori e primo Presidente dell'Accademia italiana della Vite e del Vino. Intensissima anche la sua attività editoriale: nel 1947 esce la prima edizione di "Viticoltura moderna", un manuale edito dalla HOEPLI che ancora oggi (riveduto e ampliato nel corso degli anni per opera di un suo illustre allievo, il professor Italo Eynard) è il testo di riferimento della viticoltura italiana; nel 1952 è promotore e tra i principali collaboratori della fondamentale opera "Principali vitigni da vino coltivati in Italia", sempre in abito ampelografico collabora con l'OIV per la stesura del Registre Ampélographique International . Queste opere si rivelano pregevoli, sia per i loro ricchi contenuti, che per lo stile con cui sono scritte: Dalmasso è un divulgatore abilissimo e riesce in poche righe e con grande facilità di esposizione a spiegare concetti complicati senza la minima pedanteria; questo suo stile lo farà apprezzare da generazioni di studenti di viticoltura... compreso chi scrive!
L'ormai anziano professore trova il tempo anche di effettuare numerosi viaggi in importanti zone viticole effettuando analisi critiche e confronti con la situazione italiana, e cercando sempre di trarne insegnamenti utili: si reca in Algeria, Libia (dove era già stato da giovane), Israele, Georgia, Armenia e in Argentina, dove, sicuramente con sua grande soddisfazione, ritrovò alcuni suoi ex allievi della Scuola Enologica di Conegliano, come l'enologo Pasquale Gargiulo, all’epoca uno dei più importanti nomi dell'enologia argentina. Le ultime "fatiche" di Dalmasso, saranno per la tutela legislativa dei vini italiani: è infatti tra i promotori delle denominazioni di origine controllata dei vini.
Anche negli anni della pensione l'anziano professore è sempre attivo: si reca quotidianamente nel Dipartimento di Colture Arboree dell'Università di Torino dove, grazie alle sue conoscenze, mantiene i contatti nazionali e internazionali con altre università e istituti di ricerca, scrive ancora numerosi articoli e organizza seminari e convegni. In più, non di rado si reca nei vigneti sperimentali ad osservare il comportamento dei "suoi" incroci ottenuti anni prima spiegandone le caratteristiche agli studenti con lo stesso entusiasmo che dimostrava da giovane. Oltre alle scienze viticole il professore coltiva numerosi hobby come la musica, la lettura, l'arte e la fotografia. Muore a 90 anni il 13 dicembre 1976; presso la Scuola Enologica di Conegliano l' "unione ex allievi" gli ha dedicato una lapide per ricordare la vita e le attività di questo geniale personaggio che non solo ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del vino italiano, ma ha contribuito moltissimo alla formazione di altri ricercatori che continuano a portare avanti la sua opera.
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