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pubblicato il 10 Marzo 2010 su www.laculturadelcibo.it |
ROERO ARNEIS DOCG: un bianco unico tra leggende e tradizione.
di Massimo Prandi
Tra le rocche roerine… alla scoperta di un grande vino bianco, tutto piemontese!
In una regione, il Piemonte, dove il vino rosso fa parte del panorama, dei modi di dire e di essere, spicca un bianco unico ed eccelso: il Roero Arneis DOCG. Un antico vitigno a bacca bianca, quasi dimenticato in passato, che ha sfiorato il baratro dell’estinzione, portato alla ribalta grazie alle pazienti attenzioni ed alla appassionata dedizione dei capaci vitivinicoltori delle terre roerine.
Un vitigno che solo nel Roero riesce ad esprimere il massimo delle proprie peculiarità. Stupiscono, in particolare, la ricchezza e l’armoniosità olfattiva, in cui spiccano i sentori tropicali, accompagnate da una delicata piacevolezza al gusto, mai eccessivamente acida. Colpisce la storia di questo vitigno: spesso i “vecchi” di queste colline, osservando i grandi vigneti di Arneis che oggi si estendono di crinale in crinale tra le Rocche, li commentano come una follia. Infatti, in tempi non così lontani, mai si sarebbe pensato che l’Arneis avrebbe goduto di una tale fama.
In effetti, non sono così lontani i tempi in cui, alla vendemmia, le viti di Arneis descrivevano non più di qualche macchia d’uva bianca tra i filari del “Nebbiolino”. “Nebbiolino” era questo il nome che i contadini ed i commercianti davano al Nebbiolo prodotto nel Roero, considerato, prima del recente riscatto alla meritata gloria, il fratello minore del già celebre Nebbiolo di Langa. Ma quale la ragione della presenza di qualche vite di Arneis nei vigneti di Nebbiolo, di questa tradizione contadina divenuta ormai una romantica poesia? Tra mito e leggenda, le ipotesi sono molte. Quella più accreditata motiva questo uso con l’esigenza delle povere e numerose famiglie contadine di un tempo di avviare qualche figlio o figlia alla vita ecclesiale, in modo da garantire a tutti i familiari un pasto sufficiente a sostenere le fatiche dei lavori nei campi. Questo implicava, però, che la famiglia garantisse ogni anno alle comunità religiose una minima quantità di Vino da Messa, che per precetto doveva essere bianco.
Un’altra tradizione, legata alle vicende dei nobili che governarono il Roero, vuole che un signore locale della famiglia Malabaila, per compiacere la propria moglie, originaria di terre nordiche, impose la coltivazione di alcune viti d’uva bianca in ogni podere dei propri sudditi.
Ancora oggi, inoltre, qualche vecchio viticoltore ricorda come fosse diffusa la pratica di impiantare qualche vite di Arneis tra quelle più pregiate di Nebbiolo, per scongiurare i danni arrecati dagli uccelli e dalle vespe, che attirati dalla dolcezza e dal profumo dei suoi grappoli, lasciavano intatte le più costose uve di Nebbiolo. Di certo, l’origine di questo vitigno si perde nella notte dei tempi, si fonde in un tutt’uno con la storia, la tradizione, le leggende di una terra unica, il Roero, candidato a divenire patrimonio mondiale dell’Unesco.
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