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11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 03 Febbraio 2010 su www.laculturadelcibo.it

BARBERA: storia di un grande vino del Piemonte.
di Massimo Prandi

Un particolare “invito alla degustazione”, attraverso la conoscenze delle origini, delle vicissitudini di mercato e dei momenti di gloria del vino più rappresentativo della tradizione contadina piemontese.


Il vitigno barbera, oggi riconosciuto e stimato a livello mondiale per i tanti vini DOC e DOCG, è sicuramente il più rappresentativo della tradizione contadina piemontese.



In passato fu il vino quotidiano, quello che accompagnava nelle lunghe giornate di lavoro, nelle serate all’osteria, ma anche nei momenti di festa più intimi, la fatica, le gioie e le tristezze degli umili contadini. Vino diventato così familiare e radicato nella realtà sociale piemontese di un tempo, tanto da meritarsi la citazione al femminile: “la barbera” e non "il barbera”, come vorrebbe la grammatica. Questo è l’elemento più eloquente, diffuso ancora tutt’oggi, che dimostra questa affezione culturale, questo legame tradizionale e fisico tra il vino ed i piemontesi.


La prima citazione storica che rimanda al nome Barbera si rileva su un contratto d’affitto del 1249 conservato presso l’archivio capitolare di Casale Monferrato; in realtà il termine barbera non fu correntemente utilizzato fino ad un periodo molto più recente, tanto che numerosi autori ne fissano la definizione di riferimento nel 1798, da parte del conte Nuvolone Pergamo di Scandeluzza nel Calendario Georgico pubblicato in quell’epoca.


L’area di prima diffusione del barbera è sicuramente il territorio astigiano; solo nel corso del Settecento la superficie coltivata conobbe un rapido incremento, soprattutto nel Monferrato e nel Tortonese, in seguito alla forte richiesta di vini a basso costo da destinarsi ai mercati lombardi e torinesi. Pare, infatti, che chi aveva maggiori disponibilità economiche preferisse vini dolcetto, nebbiolo, moscato e grignolino: questo spiega perché il barbera, o meglio la barbera, è diventato a tutti gli effetti il vino dei contadini, dell’umile gente, capace oggi di ricordare le tradizioni più originali e sincere del Piemonte.

Nel 1800 all’interno della “Pomona Italiana”, il Gallesio definisce il barbera come la “Vitis vinifera montisferratentis” e ne riportata un’accurata illustrazione e descrizione ampelografica.

Nel XIX secolo inizia un lento riscatto, che trova il suo massimo interprete nel Decanis, autore nel 1819 della “Corografia Astigiana”, in cui descrive e delimita una vera e propria area d’eccellenza della Barbera di Asti: “L’astigiano territorio, essendo per ogni dove sparso d’ameni poggi, le viti su d’essi eccellentemente allignano, ed i vini che se ne traggono sono fuor d’ogni dubbio i migliori d’ogni altro paese qualunque ei sia; le Barbere poi meravigliosamente s’incontrano nei contorni d¹Asti, Scurzolengo, Portacomaro, Migliandolo, Castiglione e Quarto, non meno che sui colli meridionali da San Marzanotto a Rocca d’Arazzo, e su quelli di Vigliano, Mongardino, Montegrosso, Montaldo, Mombercelli, Belvedere e Vinchio”.
Da notare l’assenza di comuni oggi celebri per le loro Barbere come Costigliole, Castagnole Lanze, Calosso, San Marzano e Nizza, dove all’epoca dominano ancora il Nebbiolo , il Dolcetto, il Moscato, le Malvasie bianche e nere.


Negli anni seguenti, il barbera trovò in questi paesi un autorevole sponsor nel marchese Filippo Asinari di San Marzano, che importò moderne tecniche di coltivazione dalla Francia e rese celebre il vino con le prime esportazioni in Brasile. Altri produttori ne seguirono l’esempio aprendo le esportazioni verso mercati esteri.

Nel 1844, presso il castello di Costigliole d’Asti fu costituita la Società degli Enofili, che ebbe il principale merito di fondare la prima Enoteca pubblica della storia. La struttura, definita “Laghenoteca” (cioè “biblioteca delle bottiglie”) ospitava 2.500 bottiglie di pregiati vini piemontesi, di cui la Barbera costituiva il 50%. Ogni bottiglia era dotata di un numero di riferimento, a cui corrispondeva una scheda illustrativa contenente la sua storia, i dettagli ampelografici, quelli tecnici di vinificazione, e più in generale tutte le informazioni “...che possa desiderare la mente più curiosa di rendersi conto d’ogni cosa”.


Nel 1848 la realizzazione della ferrovia Torino-Genova fu l’elemento chiave per dare un nuovo slancio commerciale ai vini piemontesi, ed il barbera, in particolare, beneficiò di un intenso incremento del flusso commerciale verso il sud della Francia.

Dopo il 1880 le sorti di questo vitigno iniziarono un rapido declino. Una concomitanza di fattori, fra cui l’eccesso di produzione, la guerra doganale con la Francia esplosa nel 1888, la concorrenza dei prodotti del Sud Italia, indussero un inarrestabile calo dei prezzi. I fasti ottocenteschi furono ben presto annullati e vanificati da una costante spirale di decadenza, aggravata dalle due guerre mondiali, dalla crisi vissuta dal mondo rurale negli anni ’20 e ’60. La Barbera fu, così, relegata a fasce basse di consumo, anche se alcune punte di eccellenza continuarono ad esistere.

I segnali di ripresa partirono negli anni Sessanta attraverso il miglioramento della qualità della materia prima e con una più razionale conduzione enologica.









 

 

Da circa una quindicina di anni si sta assistendo ad una costante crescita qualitativa sia dell’uva che del vino, determinata da maggiori cure dei vigneti, minori produzioni di uva per ettaro, da migliori vinificazioni in cantina ed anche alla costante ricerca scientifica, che sta migliorando le conoscenze sul vitigno.

Questi fattori di innovazione spiegano la grande duttilità enologica assunta oggigiorno del barbera: le uve, trovano, infatti, impiego nella produzione di una vasta gamma di vini. Sono state anche utilizzate per la produzione di spumanti (soprattutto bianchi), più spesso per vini novelli, per rossi giovani e frizzanti, per vini tranquilli di medio corpo e, infine, con uve ben mature ed affinamento più o meno prolungato nel legno, per rossi ricchi e generosi, non di rado di grande eleganza e qualità.



di Massimo Prandi
massimo.prandi@laculturadelcibo.it
03 Febbraio 2010

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