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Articolo pubblicato il 08 Febbraio 2010 su www.laculturadelcibo.it

I Futuristi in cucina
di Stella Isoppo

Le idee futuriste in ambito gastronomico


Il Futurismo è stata una corrente artistica nata nel 1909, anno della pubblicazione dei suoi principi in quello che era il Manifesto del Futurismo, redatto da Filippo Tommaso Marinetti (1876, Alessandria d’Egitto- 1922, Bellagio, Como). Nato sull’onda del progresso tecnologico di inizio secolo scorso, il Futurismo esaltava il progresso, la modernità, la velocità contro le vecchie ideologie.


I Futuristi non rivoluzionarono soltanto le varie correnti artistiche ma si occuparono anche di gastronomia. Marinetti stesso, nel 1930, scrisse, su la Gazzetta del Popolo di Torino, il manifesto della cucina futurista. Secondo tali linee guida in cucina doveva essere esaltato l’uso della tecnologia, dunque via libera all’uso di additivi. Una realtà nuova per la cucina dell’epoca, ancora artigianale.
Un esempio di ricetta futurista è per esempio  il Tuttoriso, un risotto condito con vino caldo, fecola e birra calda, tuorlo e parmigiano. Un concentrato di energia visto che i Futuristi esaltavano il dinamismo.
Sempre il riso si poteva trovare nel piatto detto: “rombi di ascesa”, un risotto decorato con spicchi di arancia. Il Carneplastico, invece, è una rivisitazione del classico polpettone. Un cilindro di carne di vitello ripieno di verdura, poggiante su un anello di salsiccia, a sua volta posto su tre sfere di carne di pollo. Quasi una scultura.


I Futuristi non si limitarono solo a creare nuovi piatti, portarono anche avanti una "lotta" contro alimenti che appesantivano, quindi che erano in antitesi con l’idea di velocità esaltata dal gruppo. L’alimento più osteggiato da Marinetti, perché appartenente a questo gruppo, fu la pasta. La sua presa di posizione scatenò un grande scandalo in Italia, innescando un dibattito fra letterati.
Infine, tra le iniziative futuriste in campo gastronomico, bisogna sottolineare il tentivo di italianizzare i termini stranieri. Ecco dunque che i Futuristi andavano al “quisibeve” e non al bar. Oppure a fine pasto ordinavano un “peralzarsi” e non il dessert. Un tentativo per ridurre l’influsso della lingua straniera sull’italiano, visto che già all’epoca gli italiani facevano ricorso a parole in altre lingue. Una tendenza che purtroppo non si è persa nel tempo



di Stella Isoppo
stella.isoppo@laculturadelcibo.it
08 Febbraio 2010

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