E' curioso che a raccontare la storia del più importante vignaiolo di Langa, e del suo vino più famoso, sia un americano, Edward Steinberg ma si sa, noi italiani siamo da troppo tempo esterofili ed abituati a sottovalutare il nostro paese. Ci voleva quindi un illustre straniero, già docente presso la Haward University ma da tempo trapiantato a Roma per relizzare un opera che vi invito a leggiere al più presto.
E' un libro (la prima edizione è del 1992, Slow Food Editore) "intriso" di vino ma scritto come un romanzo perchè innanzitutto Edward voleva realizzare qualcosa adatto anche a un pubblico di lettori non particolarmente preparato.
Edward per due anni ha letteralmente assediato Angelo Gaja e tutti gli uomini che collaborano con lui, dall'enotecnico Guido Rivella all'ultimo dei braccianti. Ha quindi da un lato tracciato la storia dell'azienda e della nascita di questo grandissimo vino, che è oramai un mito, alternando il tutto dal racconto delle interne giornate trascorse tra vigneto e cantina - molti di noi pensano al vino come al momento della vendemmia e della pigiatura dimenticandosi che per fare un grande vino bisogna impegnarsi per 365 giorni - spiegandoci con termini semplici di tutto quello che ruota attorno al soave nettar che avete nel bicchiere: "imparerete quindi a conoscere il microcosmo dei batteri buoni e cattivi, dei lieviti, delle malattie della vite, delle sostanze aromatiche" .... e molto altro ancora.
Probabilmente vi starete domandando a questo punto del perchè ho associato nel titolo il nome di Angelo Gaja, che probabilmente voi tutti, per un motivo o l'altro conoscete, e quello dell'amico, ai più sconosciuto, Gianni Betta.
Gianni era un uomo che viveva con due grandi obbiettivi: fare dei vini sinceri e divulgare con la massima umiltà il suo sapere. Per il primo il suo regno era l'Azienda Agricola 'l Columbè, a Corsione d'Asti dove realizzava degli stupendi vini e dove continuamente sperimentava nuove tecniche per migliorarli, sia in vigneto che in cantina. Personalmente penso che non tutti i guru che scrivono guide, alcune eccezioni ricordo furono Massobrio e il grande compianto Veronelli, hanno saputo apprezzare la sua concenzione dei vini ma quando capitava di parlarne con lui, non mancava di sottilineare della sua soddisfazione per quello che faceva e degli attestati di stima che riceveva e che insieme agli apprezzamenti dei suoi clienti, molti dei quali non esitavano a recarsi in azienda per fare due chiacchiere, erano sufficienti per andare avanti. Ricordo anche di quanto andava fiero nel raccontare di una cena organizzata da una Condotta di Slow Food in cui era presente Carlo Petrini che alla fine andò a complimentarsi con lui perchè "era tempo che non beveva una Barbera d'Asti così ".
La sua seconda passione era l'educazione e tramite l'ONAV (Associazione Nazionale Assaggiatori Vino) di cui era il responsabile della numerosa delegazione di Torino nonchè dirigente nazionale ho avuto modo di conoscerlo nel lontano 1996.
Ebbene, lui era un uomo con i piedi ben piantati per terra, come tutti coloro che appunto dalla terra traggono l'energia per andare avanti, e un giorno ci disse che non era poi così convinto che i vini di quel signore lì, che tutti nel mondo avevano iniziato ad osannare, fossero poi così speciali e che voleva metterli alla prova.
Detto fatto, organizzò una degustazione comparativa alla cieca (due concetti dei quali non si stancava mai di ripetere l'importanza) con quattro vini di Gaja (tra cui un Sorì San Lorenzo) e sei dei produttori più acclamati del momento (sia "tradizionalisti" che "innovatori"), rigorosamente tutti dello stesso anno il cui titolo era "Gaja contro tutti".
Ci tassammo in diciotto e ci trovammo con dieci bicchieri in contemporanea, ripeto nessuno di noi sapeva dove erano i vini di Gaja. Eppure, pur non essendo un grande esperto, già alla vista si potevano intuire quali erano i suoi vini. L'assaggio infine confermò che la fama raggiunta da Gaja era più che giustificata: mentre i suoi vini erano complessi, potenti ancora giovani e promettevano interessanti evoluzioni nel tempo, molti degli altri oltre ad avere una stoffa decisamente meno fine, o erano al culmine o addirittura già segnavano il passo.
Il buon Gianni, da contadino concreto quale era, non potè che rivedere il suo pensiero su Angelo e pubblicamente ammettere di essersi sbagliato.