Pacchero deriva da un termine greco che significa “schiaffo a piena mano”. Tale denominazione è stata scelta perchè questa pasta quando è versata nel piatto, con un sugo molto liquido, fa un rumore che ricorda quello di uno schiaffo. Alla vista invece i paccheri sembrano delle maniche, sottili e lisce all’interno.
Un tempo era considerata la pasta dei poveri, il formato grande, infatti, permetteva di riempire il piatto, e lo stomaco, con pochi pezzi.

Come tutte tutti gli altri formati di pasta beneficiò dell’introduzione nel pomodoro, nel XVII secolo.
L’uso dei del sugo di pomodoro per condire i paccheri si rivelò una scelta vincente, perchè esaltava il sapore della pasta. Inoltre l’abbinamento pasta e pomodoro, con l’aggiunta di formaggio, garantiva un pasto completo a basso costo, ma soprattutto saziante, per gli strati più bassi della popolazione Napoletana. Una scelta quasi obbligata quella di incentivare il consumo della pasta fra i poveri. Difatti, la crisi economica, unita ad un sovraffollamento, costrinse a trovare un alimento adatto a sfamare la popolazione napoletana. Visto che ormai pochi avevano le risorse per acquistare la carne e, comunque, i rifornimenti di questa erano limitati.
La scelta della pasta come alimento quotidiano, costò ai napoletani la fama di mangiamaccheroni, fu però una soluzione migliore di quella trovata altrove. Per esempio al Nord l’alimentazione popolare era costituita per lo più da polenta, sbilanciata dal punto di vista nutrizionale.
La ricetta della pasta, e quindi dei paccheri, al pomodoro conobbe un grande successo. Ci furono però anche dei detrattori, ad esempio Leopardi che defini i paccheri “simbolo di stupidità”. Nonostante il giudizio negativo del poeta i paccheri continuarono a godere del favore dei consumatori, come accade anche oggi. Ancora ora sono conditi con il sugo, oppure con un buon ragù di carne. Oppure possono essere farciti con ricotta, ed altri ingredienti, per poi essere serviti con il ragù, dando cosi vita ad uno sformato.
