Anno 4°
N. 01
11 Gennaio 2012
 

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Articolo pubblicato il 11 Ottobre 2009 su www.laculturadelcibo.it

I CIÀBOT..TRA LE VIGNE DEL ROERO
di Massimo Prandi

Nati come umili ricoveri dei contadini, oggi rifioriscono di tradizioni e poesia dopo il periodo dell’abbandono


“Ciàbot”...termine antico, sempre meno pronunciato dagli agricoltori dell’albese, ma che rimanda alla nostalgia di un’agricoltura che oggi non c’è più, quando la vigna era la principale risorsa per i contadini del Roero, quando la terra era l’unica compagna dell’umile lavoro quotidiano.

I ciabòt sono piccoli fabbricati impiegati in passato per facilitare i lavori in vigneto; sparsi qua e là nei vari poderi, non possono non destare lo sguardo di chi percorre le strade che conducono ad Alba attraverso le colline e le rocche roerine.



Sicuramente più umili degli imponenti castelli che dominano il paesaggio locale, i ciàbot non sono da meno a questi in termini di poesia e ricordi. Nessuna parola , nessuna fotografia può trasmettere l'emozione che si prova ad osservarli di persona, così protesi, come i vigneti, dalla terra al cielo.

Per capire l’essenza e le ragioni della loro presenza, è utile ripercorrere la storia. Un primo carattere dell’utilità dei ciàbot è riscontrabile nella localizzazione dei vigneti. Nella struttura distributiva del territorio del Roero, infatti, la zona vitata si trova ad una distanza importante rispetto all’abitato, dell’ordine di alcuni chilometri. Prima dell’avvento dei trattori, un contadino impiegava non meno di 30/40 minuti per raggiungere i propri vigneti. Questa distanza, quindi, non permetteva ai vignaioli di rincasare nell’arco della giornata, pertanto, un comodo e vicino riparo dal sole e dalla pioggia diventava necessario.


Una ulteriore esigenza derivava dalla difficoltà di reperire, trasportare e conservare l’acqua per la preparazione delle miscele antiparassitarie e per l’irrigazione delle barbatelle durante i periodi di siccità. Il tetto del ciabòt diventa così funzionale alla raccolta dell’acqua piovana, che veniva convogliata all’interno di pozzi.

Soprattutto per i poderi di maggiori dimensioni, il ciàbot poteva assumere le caratteristiche di una vera e propria piccola abitazione nel vigneto, con funzione di presidio e protezione del raccolto.



I ciabòt nel tempo hanno assunto progressivamente anche una valenza sociale, diventando un modo per ostentare al pubblico il benessere economico della famiglia.

Nell’Ottocento, accentuandosi il ruolo del ciàbot come status symbol, nascono fabbricati in mattoni, arricchiti e fregiati da decorazioni, intonaci, modanature.




E il ciàbot diventa anche punto privilegiato di osservazione, rifugio intimo da cui godere del meraviglioso paesaggio del Roero.




Dimenticati dal dopoguerra con lo sviluppo della meccanizzazione in agricoltura, che ne ha annullato l’utilità produttiva, oggi i ciàbot sono al centro della tutela e del recupero per il valore storico, tradizionale e paesaggistico che rivestono.




L’Enoteca Regionale del Roero, in particolare, da alcuni anni ha avviato e sostiene un progetto per salvare dall’abbandono e portare all’antica bellezza queste costruzioni, rispettando rigidamente i criteri architettonici tipici e le tecniche edili tradizionali. I ciabòt finora recuperati grazie a questa iniziativa sono circa una trentina.

Ancora una volta il Roero è esempio virtuoso da imitare di come l’amore dei suoi abitanti per le proprie origini e per la propria terra si traduca non solo in una valorizzazione economica, ma asseveri al recupero estetico del territorio, al rispetto della natura ed alla salvaguardia della cultura e delle tradizioni locali.



di Massimo Prandi
massimo.prandi@laculturadelcibo.it
11 Ottobre 2009

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