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Articolo pubblicato il 04 Ottobre 2009 su www.laculturadelcibo.it

VOLA, VOLA L'APE SICULA!
di Massimo Prandi

Una piccola ape scura e laboriosa, salvata in extremis dall'estinzione


Il rapporto tra l'uomo e gli insetti non è mai stato facile.

Molti insetti hanno rappresentato per l'uomo una vera calamità, a volte per i danni provocati in agricoltura, a volte perchè sono stati responsabili della trasmissione di terribili malattie come, per esempio, la peste e la malaria.

Le api, invece, sono una rara eccezione a queste conflittualità. Apicoltori, scienziati, scrittori, poeti, filosofi hanno spesso trovato nelle api un interessante argomento non solo di sussistenza economica, ma anche di studio e riflessione.

L’ape fin dal remoto passato è stata al centro di simbologie e credenze in tutte le società antiche, considerata sempre positivamente, come animale nobile, impenetrabile e magico.


La prima attestazione dei rapporti tra l’ape e l’uomo riguarda il miele, il primo edulcorante della storia, e risale addirittura al 7.000 a.C.: si tratta di una grotta in Spagna, Cueva de la Araña, sulle cui pareti è raffigurato un nido di api e un cacciatore di miele.

Il celebre monito di Einstein “Se le api scompariranno, all’uomo resteranno solo quattro anni di vita” e le recenti preoccupazioni sulla moria delle api, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica una rinnovata sensibilità verso questo insetto amico.


E l’Italia, come spesso avviene, si scopre madre di una ricchezza della natura di inestimabile valore ecologico, anche se sottovalutata: l’Ape nera sicula.

L’Apis mellifera sicula - questa la denominazione scientifica - è una razza nostrana, salvata fortunosamente dall’estinzione non più di una trentina di anni fa.



Il nome descrive le peculiarità di quest’insetto, che ben si distingue dalla più diffusa ape domestica (Apis mellifera ligustica), sia per il colore scuro, ma anche per le minori dimensioni delle ali.

L’ape nera sicula ha popolato per millenni la Sicilia, ma è stata abbandonata negli anni ’70, in seguito alla sostituzione dei tradizionali bugni di legno di ferula (tronchi quadrati usati come alveare), con le moderne arnie. Gli apicoltori siciliani verificata, poi, la maggior produzione e la migliore adattabilità ai nuovi sistemi di allevamento delle api comuni, iniziarono ad importare api dal nord Italia.

L’ape sicula rischiò in quegli anni la totale estinzione, che fu evitata grazie agli studi ed alle ricerche di un entomologo siciliano, prof. Pietro Genduso. Egli ebbe la lungimiranza di trasmettere la sua passione e le sue conoscenze ad uno studente, Carlo Amodeo. Grazie al loro impegno fu possibile rintracciare e recuperare gli ultimi bugni di api nere sicule presso un vecchio massaro, che produceva ancora il miele con quel sistema antico.

I bugni contenevano alcune famiglie di api che Carlo Amodeo, dopo aver deciso di praticare l’apicoltura professionale, conservò in isolamento sulle Isole di Vulcano, Alicudi e Filicudi, dove oggi produce l’unico miele in purezza di ape nera sicula.


Oggi, grazie alla Fondazione Slow Food per la Biodiversità è promosso un progetto per la reintroduzione dell’ape nera in Sicilia. Gli studi condotti dimostrano la possibilità di ripopolare gli habitat dove la produzione di miele è meno diffusa e, quindi, dove il rischio di competizione con le altre api è meno probabile.

Oltre alla importanza ecologica e di recupero della cultura e delle tradizioni siciliane, questo progetto ha tutti i presupposti per creare occasioni di sviluppo economico: l’ape nera sicula è, infatti, produttiva anche a temperature oltre i 40° C, quando le comuni api bloccano l’attività, permettendo così lo sviluppo dell’apicoltura in zone inospitali per l’ape ligustica.


L’ape sicula ha anche un ottimo rapporto con l’uomo: è, infatti, molto docile, tanto che non servono maschere nelle operazioni di smielatura.

E ricordando una strofa della celebre canzone dell’Ape Maia, tanto cara alla nostra infanzia “…In quel prato verde come il mare, l’importante è un fiore da trovare…”…non possiamo che augurare all’Ape nera di ritornare presto a popolare lo splendido cielo siciliano.



di Massimo Prandi
massimo.prandi@laculturadelcibo.it
04 Ottobre 2009

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