Ristoratore di mestiere e vinificatore per passione: due delle facce che compongono la poliedrica figura di Giancarlo Marcodini, classe 1953, originario dell’alta collina novarese attorno a Borgomanero, dove tutt’oggi vive e lavora. Nato chef e poi diventato imprenditore nella ristorazione, nel 1992 prende in mano l’azienda agricola del padre, appassionato produttore di un Boca frutto delle uve di soleggiati vitigni sulla collina di Montalbano. Oggi Marcodini produce quattro etichette: due rossi Doc, Boca e Colline Novaresi Montalbano, e due vini da uve Erbaluce, un Colline Novaresi Bianco e uno Spumante Brut, prodotti dalle nuove vigne di Barengo.
Giancarlo, come è cominciata la sua avventura umana e professionale?
«Ho fatto la Scuola alberghiera a Stresa, cominciando giovanissimo con le prime stagioni in giro per l’Italia e poi nella trattoria di famiglia a Vergano di Borgomanero. Negli anni, dalla cucina sono passato alla gestione manageriale del locale, che è diventato un punto di riferimento per banchetti e matrimoni delle province attorno a Novara».
Com’è nato l’interesse per la vigna e per il vino Boca?
«E’ nato come amore-odio. Un odio dovuto all’obbligo: quando avevo vent’anni mio padre mi obbligava ad aiutarlo nei lavori in vigna la domenica mattina. Dal momento che, per il mio lavoro di chef spesso mi coricavo alle tre di notte, ciò significava dormire tre ore e ricominciare un lavoro duro. In ogni caso mi sentivo di farlo, per rispetto. In più, poiché a quell’età avevo l’hobby di correre in bicicletta, mio padre mi mandava sempre a pompare l’acqua per irrigare, perché secondo lui “facevo allenamento”. Ogni tanto mi distraevo e scendeva la pressione, allora si imbestialiva e io per tutta risposta reagivo con tale energia che qualche volta facevo scoppiare le gomme».
Poi qualcosa è cambiato.
«Mio padre è mancato nel 1992. Il primo anno alcuni amici hanno seguito i lavori in vigna, poi mi hanno istruito: ci ho preso gusto è poi subentrata piano piano la passione. Mi sono innamorato anche della campagna, dei suoi rumori, dell’ambiente. La mattina presto si sente il picchio, poi si impara a conoscere la fauna, il capriolo, le lepri».
E nel tempo, con la passione, è cresciuta anche la superficie dell’azienda.
«A Boca ho triplicato gli ettari e oggi ne abbiamo un totale di uno e mezzo. Poi ci sono state le acquisizioni di due ettari a Barengo, dove abbiamo piantato del Greco e produciamo un bianco e uno spumante brut».
Com’è nata l’idea dello spumante?
«Dall’esigenza di proporre ai miei clienti un prodotto onesto e sincero, prodotto e promosso con il cuore. Tanto che le annate che non vanno bene non vanno bene e basta: non vogliamo “produrre” a tutti i costi».
Una passione che, nonostante una produzione annua di tredicimila bottiglie annue e i progetti di crescita, vuole continuare a considerare tale.
«Sì. Per me, al di là dei numeri, è di fatto un hobby: questo mi porta ad avere risultati decisamente migliori perché non si bada alle spese ma alla qualità. I riconoscimenti che abbiamo ottenuto lo dimostrano, come la menzione d’onore al Lion’s Wine, la gara di degustazione dei vini prodotti da soci Lion’s».