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pubblicato il 26 Luglio 2009 su www.laculturadelcibo.it |
SANA 2009: INTERVISTA A ROBERTO PINTON DI ASSOBIO
di Alessia Zacchei
«Le aziende bio in Italia sono una solida realtà». «Gli Ogm? Si sa ancora troppo poco»
Giornalista alimentare con interessi nell’agricoltura biologica dal 1984 e segretario di Assobio, associazione che raggruppa le imprese di trasformazione e distribuzione del comparto del biologico, Roberto Pinton esprime il suo punto di vista sugli scenari italiani ed europei del biologico e cerca di decrittare la sfida/minaccia costituita dalla possibile diffusione incontrollata degli Ogm in Europa.
Due temi caldi che verranno ripresi e approfonditi in dibattiti e convegni in calendario alla kermesse bolognese, molti dei quali lo vedranno protagonista.
Pinton, qual è lo stato dell’arte della questione Ogm, in Italia e in Europa? «La normativa europea attuale consente a tutti i prodotti alimentari biologici un contenuto di Ogm “tecnicamente inevitabile” fino allo 0,9%, sotto il quale viene esonerata la comunicazione. Nei convenzionali, qualora vengano utilizzati coscientemente, la comunicazione è obbligatoria in ogni caso, anche con percentuali inferiori allo 0,9, altrimenti rimane lo stesso vincolo del bio. Che è e rimane l’unico comparto a vietarli, poiché sono assolutamente incompatibili con il concetto stesso di biologico e dunque non devono in ogni modo entrare in filiera.».
Cosa che non accade con l’alimentare convenzionale. «Nel tradizionale gli Ogm si propagano grazie alla soia contenuta nei mangimi, coinvolgendo così anche prodotti Dop e Igp. La vacca che va al pascolo è un’immagine buona ormai solo per la pubblicità. Oggi i bovini sono chiusi nelle stalle e mangiano pastone di mais e soia transgenica, e non di certo erba di campo».
Quanto sappiamo della pericolosità degli Ogm? «Il mondo scientifico non ha ancora detto una parola definitiva in merito. La prima produzione Ogm risale a dodici anni fa, quindi non c’è ancora uno storico sufficiente per riuscire a comporre dati epidemiologici di un certo rilievo. E’ vero che negli Stati Uniti da tanti anni i consumatori utilizzano prodotti transgenici, però finché non ci sarà una chiara distinzione tra ogm e non ogm non si potrà mai condurre un’indagine seria. Alcune ricerche hanno messo in luce differenze significative nella modificazione degli organi interni delle cavie nutrite con alimenti geneticamente modificati, ma da qui a definirli mortiferi è un altro paio di maniche. Probabilmente conviene avere qualche elemento in più prima di emettere dati definitivi».
Molti obiettano che in natura gli incroci sono sempre esistiti. «Certo. Ma un conto è grano incrociato con altro grano, un conto è inserire una proteina antigelo nel gelato, come ha fatto Unilever, che in Italia si chiama Algida e Findus, presa e clonata da un merluzzo artico per rendere il gelato più lavorabile e fargli ottenere le forme che si desiderano. In natura una cosa del genere non succede ».
Quali sono i problemi concreti che oggi le coltivazioni Ogm stanno provocando in Europa e nel mondo? «Il consumatore si concentra giustamente su preoccupazioni di tipo salutistico, ma ci sono altri due aspetti importantissimi. Il primo è l’impatto sull’ambiente: molti studi dicono che alcuni Ogm hanno impatto su tutti gli insetti, anche su quelli utili, e non solo su quelli che si devono combattere. L’altra questione è che in caso di contaminazione di un terreno coltivato sorgono dei dubbi su chi ne diventi il proprietario. In Canada una sentenza della Suprema Corte ha trasferito la proprietà di un raccolto di colza alla Monsanto perché risultava contaminato dai suoi brevetti Ogm. È incredibile, ma è così. Con questo sistema dieci aziende diventano padrone di tutto il cibo del mondo».
Con l’utilizzo di semi Ogm la terra rimane contaminata per sempre? «Nel caso di alcune piante di mais gli stocchi rimangono nella terra, quindi il gene che uccide gli insetti rimane attivo e, con la pioggia, si propaga anche nelle falde d’acqua sottostanti».
Come commenta lo strano doppio primato della Spagna, prima nell’estensione di terreno a coltivazione biologica e prima nella presenza di colture transgeniche? (vedi anche notizia flash sul giornale, ndr) «Per quanto riguarda il bio, è un primato che aspettiamo che venga ufficializzato, poiché in effetti erano al secondo posto dopo l’Italia. Il primato ogm riguarda alcune coltivazioni di mais in Andalusia, che peraltro hanno causato la sospensione delle coltivazioni tradizionali, ma è ridicolo, nel senso che in Europa nessuno coltiva Ogm e dunque basta avere un fazzoletto di terra per entrare in classifica».
Come sta il biologico in Italia? E’ sempre il piedi la vecchia diatriba che il controllato paga il controllante. «Questo è il risultato di una normativa comunitaria che tutti devono attendere. Dei nove organismi di certificazione riconosciuti in Italia, che gestiscono le 50 mila aziende bio, sei sono riconosciuti come certificatori anche dagli Stati Uniti e cinque dal Giappone. In Italia nessun organismo è disposto a chiudere un occhio su un’azienda che sgarra perché ne perde in credibilità. E poi, anche i produttori biologici hanno di che lamentarsi: di fatto pagano per non inquinare».
Un identikit dell’imprenditore biologico italiano. «Tra chi nel biologico sta facendo impresa, la metà sono giovani sotto i 50 anni (nell’agricoltura normale la media è di 70), di cultura medio alta e con una forte presenza femminile, che ha un ruolo importante anche nelle aziende di distribuzione. Ogni azienda possiede una media di 27 ettari, il triplo di quelle convenzionali. E’ un modo di intraprendere diverso da quello normale: non ci sono aziende tipo Nonna Papera, perché la maggior parte sono imprese che esportano ovunque nel mondo. Adesso stanno entrando nel settore anche le grandi imprese, perché hanno capito che il bio è l’ultimo spicchio di agricoltura dove si guadagna qualcosa».
Qual è il futuro delle coltivazioni biologiche in Italia ed Europa? «Ad oggi l’unico paese in controtendenza è l’Austria, che ha una flessione del 5 per cento. In tutti gli altri paesi siamo in situazione di crescita, da più 5 a più 15, compresa la Gran Bretagna che aveva subito uno stop legato alla crisi. In generale il comparto non si è nemmeno accorto della recessione. Anzi, nella grande distribuzione si sono registrate crescite molto importanti nelle vendite, come il 40% di Carrefour. Forse, di questi tempi, il consumatore preferisce risparmiare sul ristorante e farsi delle belle cenette a casa con prodotti buoni e sani».
I prodotti sono conosciuti e apprezzati, ma come la mettiamo con la comunicazione? «C’è ancora molto da fare. Il consumatore ha una scarsissima conoscenza dell’agricoltura e dei metodi di produzione: molti hanno come immagine di riferimento i programmi domenicali a sfondo bucolico. Sarebbe opportuna una bella campagna di comunicazione a livello nazionale, ma purtroppo il Ministero non ha ancora investito in questo senso e le aziende da sole non hanno la forza».
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